Ingredienti comedogeni e acne: cosa sono, perché non è una classificazione affidabile e come usarla correttamente

A tutti sarà capitato almeno una volta di leggere sopra un boccetto la dicitura “non comedogeno”, in pratica questo termine indica un sistema di valutazione (rating) che misura la capacità di un prodotto o ingrediente di occludere i pori e causare acne, punti neri e brufoli.

Che sia un fondotinta, una crema o addirittura un detergente ormai è una terminologia diffusa e utilizzata da tutte le aziende e per una grandissima quantità di prodotti. 

Photo by Charisse Kenion

Ma cosa porta una formulazione a poter esibire questa scritta sull’etichetta? O meglio, cosa significa “non comedogeno” e in che modo è stato convalidato?

Qui casca l’asino, perché in realtà questo sistema di valutazione presenta grosse problematiche.

Il termine è stato coniato nel 1972 a seguito di una serie di test di laboratorio condotti in condizioni tali da non essere nemmeno lontanamente applicabili alle persone e alla vita reale. Secondo questo sistema, presumibilmente, basterebbe confrontare l’elenco degli ingredienti di un prodotto con l’elenco di comedogenicità: se ci sono ingredienti altamente comedogeni, il composto causerà brufoli, in caso contrario, non lo farà. 

È semplice, sistematico e infallibile, giusto? Sfortunatamente, non è tutto così facile… 

La scala di classificazione: i problemi

Abbiamo detto che l’essere comedogeno è la tendenza di un ingrediente o di un prodotto a ostruire i pori. Sulla base di ciò gli ingredienti sono classificati su una scala di comedogenicità da 0 a 5:

0 – Completamente non comedogeno

1 – Leggermente comedogeno

2/3 – Moderatamente comedogeno

4/5 – Altamente comedogeno

I valori del rating provengono da studi accademici pubblicati su riviste di settore – questo di solito significa che le tesi sostenute sono in qualche modo affidabili e valide – tuttavia, come per altre affermazioni inerenti alla cura della pelle “supportate dalla letteratura”, le grane emergono quando si scava più a fondo!

Il problema è che gli studi che hanno prodotto questo rating di classificazione non riflettono l’utilizzo che di un ingrediente viene fatto nel mondo reale (un modello per quanto accurato può solo cercare di replicare la realtà); è come quando si dice “la mappa non è il territorio”, ecco in questo caso stiamo usando una cartina stradale disegnata a mano su un tovagliolo del ristorante nell’era di GoogleMaps (il livello di accuratezza delle due è abbastanza differente direi).

Quindi dove sta il problema?

1. Il Rabbit Ear Model – ovvero il test sull’orecchio dei conigli – è difettoso 

immagine coniglio bianco: i test su ingredienti comedogeni venivano fatti sulle orecchie dei conigli
Photo by TaiLi Samson

Il test più comune per la comedogenicità è il “Rabbit Ear Model”, che fu introdotto in cosmesi negli anni ’70 da due famosi dermatologi, Albert Kligman e James Fulton. 

Questo comportava l’applicazione di una particolare sostanza all’interno dell’orecchio di un coniglio per poi attendere alcune settimane per vedere se si sarebbero formati comedoni o pori ostruiti. La scelta di questo approccio fu determinata dal fatto che le orecchie dei conigli sono più sensibili della pelle umana e quindi la reazione ai prodotti comedogeni è decisamente più rapida, il che non dispiaceva agli studiosi dato che permetteva di avere riscontri in tempi più rapidi.

Sfortunatamente però, questo comportò anche la presenza di molti falsi positivi, nei quali ingredienti non comedogeni per l’uomo risultavano esserlo invece per i poveri conigli ipersensibili. Inoltre, nei test originali, gli scienziati non si resero conto che ci sono pori naturalmente dilatati nelle orecchie dei conigli che, in alcune delle sperimentazioni, vennero considerati come forme di acne, aumentando ulteriormente il numero di falsi positivi.

Il più famoso falso positivo è la vaselina (o petrolato), corretto alla fine degli anni ’80, ma sul quale si è continuato a discutere fino alla metà degli anni ’90 – ecco perché il mito che la vaselina e i prodotti oleosi causano brufoli è ancora così pervasivo. Non era la prima volta che venivano messi in discussione questi test: i risultati contrastanti erano all’ordine del giorno e le liste di ingredienti comedogenici erano spesso in disaccordo tra loro (e lo sono ancora).

2. Anche i test sugli esseri umani sono difettosi

foto di schiena di ragazza al mare

Se le orecchie di coniglio non riflettono ciò che accade sulla pelle umana, allora la soluzione ovvia è testare sull’uomo, giusto? Sì… ma ci sono problemi anche in questo caso!

  • I test vengono solitamente eseguiti sulla schiena dei soggetti, ma qui la cute è molto diversa da quella del viso – ad esempio, la pelle del viso ha molti più follicoli piliferi, è più sottile ed è esposta a molta più luce solare – che reagiscano allo stesso modo ai prodotti è abbastanza improbabile.
  • I test umani si fanno in genere con persone con pori di grandi dimensioni che sono inclini ad avere brufoli. Qualcuno con i pori piccoli reagirà allo stesso modo? Che dire delle persone con pori di medie dimensioni?
  • Gli ingredienti da testare vengono spalmati sulla cute e poi occlusi coprendoli con una benda, che non è quello che si fa normalmente quando si applica un prodotto per la cura della pelle.
  • I test sono stati condotti su piccoli gruppi di persone (in genere meno di 10 soggetti).

Quindi, ancora una volta, l’utilità dei risultati di questi test – ovvero se possiamo applicare queste valutazioni al nostro uso quotidiano dei prodotti per la cura della pelle e cosmetici – è stata sopravvalutata.

Ingredienti comedogeni non creano prodotti comedogeni

Ecco il colpo di scena: anche se un ingrediente è comedogeno applicato puro, potrebbe non esserlo se utilizzato all’interno di un prodotto (che è solitamente dato da un mix di ingredienti). Anche se un prodotto non contiene ingredienti che occludono i pori, può comunque essere comedogeno sulla pelle.

È la dose che fa il veleno!

Ad esempio, respirare aria ricca di umidità non ti uccide (anzi può far bene alle vie respiratorie), mentre respirare troppa acqua ti annega. L’occlusione dei pori funziona allo stesso modo.

Dichiarava nel 1996 Albert Klingman , uno dei fondatori del Rabbit Ear Model: “Sostanze che sono fortemente comedogeniche quando testate in modo pulito (da sole) o in alte concentrazioni, diventano non comedogeniche con una sufficiente diluizione.” 

Ad esempio, uno studio di Draelos e Di Nardo ha scoperto che l’acetylated lanolin alcohol puro al 100% ha un livello di comedogenicità molto elevato di 4-5. Al 50% di concentrazione, la comedogenicità era ancora 4-5, ma quando diluito al 2,5%, la comedogenicità scende a un misero 1.

Risultati simili sono stati trovati per altri ingredienti:

  • Isopropyl isostearate: 100% = 4, 50% = 2-3, 5% = 1-2
  • Isopropyl myristate: 100% = 2-3, 10% = 1-3, 2.5% = 0
  • Octyl palmitate: 100% = 2-3, 50% = 1, 5% = 0

In genere i prodotti cosmetici contengono un gran numero di ingredienti, la maggior parte a concentrazioni ben al di sotto del 10%! ciò porterebbe molti ingredienti altamente comedogeni a essere resi benigni dalla diluizione. Per intenderci, una tipica lozione per il viso è composta circa all’80% da acqua, il che significa che gli altri ingredienti raggiungono il 20% di concentrazione (se la lozione contiene solo un’altra sostanza).

Lo stesso studio ha anche scoperto che spesso cosmetici e prodotti per la cura della pelle contenenti ingredienti comedogenici (con valutazioni di 4-5) come burro di cacao, isopropil palmitato e isopropil isostearato, non aumentano la formazione di micro comedoni (baby brufoli).

In poche parole: non puoi dire esattamente che sapore avrà una torta finché non la provi, anche se sai di averci messo farina, burro e zucchero.

Nelle parole dello stesso Kligman: “Non è possibile determinare da una lettura degli ingredienti se un determinato prodotto sarà acnegenico (ndr: che causa l’acne) o meno. Ciò che conta è solamente il comportamento del prodotto stesso.” 

Quindi anche l’inventore della scala della comedogenicità ha affermato che non dovrebbe essere usata per ispezionare gli elenchi degli ingredienti!

Ci sono poi un altro paio di considerazioni da fare che rendono questo approccio ancora meno utilizzabile:

  • La composizione chimica della pelle di ciascuno è unica e determina parzialmente la comedogenicità di un ingrediente: anche sotto le regole precise imposte degli studi dermatologici, lo stesso ingrediente e la stessa procedura hanno risultati diversi su persone diverse. I motivi possono essere vari – microbioma cutaneo, livello di attività fisica, esposizione a differenti condizioni ambientali – e sarebbe necessario per ogni persona indagarli individualmente.
  • La provenienza dell’ingrediente può cambiare la comedogenicità. Ad esempio, negli gli estratti naturali, tra un lotto e l’altro ci sono grandi differenze nelle sostanze chimiche contenute e nelle loro quantità.
  • Se un prodotto contiene ingredienti potenzialmente irritanti – profumi, olii essenziali, alcuni conservanti e colorazioni, esfolianti ecc… – può causare sulla pelle sfoghi e infiammazioni il cui aspetto ricorda l’acne, pur non essendolo. In questo caso i “brufoli” non sono causati dall’occlusione dei pori, ma dalla reazione irritativa a tali sostanze che porta a danneggiare la barriera cutanea. Ho scritto post esteso sul tema dell’idratazione e riparazione della cute: Pelle secca vs disidratata: distinzione, cause e rimedi
mano coperta di crema liquida
Photo by ian dooley

In quali casi è utile questa classificazione ?

Da quanto detto, possiamo concludere che le scale di comedogenicità sono utilizzabili solo in circostanze molto limitate.

Il modello può essere utile, però, in alcuni casi:

  • Quando nel cercare la causa di uno sfogo acneico, si vuole limitare la ricerca a ingredienti con un rating alto, escludendo quelli dai valori molto bassi. Se ti trovi il viso improvvisamente pieno di brufoli e non sai quale prodotto li stia causando, verificare la presenza di sostanze gravemente comedogene (punteggio 4-5) in cima all’elenco degli ingredienti potrebbe aiutare a orientarti nella giusta direzione. Se in un particolare prodotto, invece, non ci sono ingredienti comedogeni, è meno probabile che questo sia il colpevole … ma potrebbe anche esserlo! Quindi è importante ricordare che il rating è solo un punto di partenza per fare delle valutazioni e non esclude in modo assoluto che sia proprio quella crema a causare il problema.
  • Quando si ha la pelle sensibile o a tendenza acneica. In questi casi è meglio evitare prodotti con grandi quantità di ingredienti comedogeni. Se un prodotto ha molti componenti gravemente comedogeni in cima all’elenco degli ingredienti e sei incline all’acne, è probabilmente una buona idea evitare il prodotto o testarlo prima con cura, procedendo poi a utilizzarlo con estrema cautela. Se però lo stai già usando e non ti ha causato problemi, non buttarlo solo perché contiene ingredienti potenzialmente comedogeni! L’esperienza del mondo reale batte le ipotesi basate sui libri.

Per approfondire sul tema acne e brufoli dai un’occhiata ai miei post dedicati: Acne Guide – Capitolo Primo: cosa sono i brufoli e come prevenirliAcne guide – Capitolo Secondo: tipi di imperfezioni e rimedi

boccetta di olio di cocco
  • Se si decide di utilizzare ingredienti altamente comedogeni non diluiti, è fondamentale fare prima un patch test su una piccola zona di pelle. Alcuni ingredienti sono comunemente usati non diluiti, in particolare olii e burri naturali. Se la tua pelle è soggetta a brufoli e punti neri, le classificazioni di comedogenicità possono aiutarti a capire se uno o più di queste sostanze possa diventare potenzialmente problematica. L’olio di cocco, ad esempio, è classificato a 4 nella scala, il che significa che è piuttosto comedogenico, ma Instagram e il web sono pieni di persone che se lo spalmano ovunque senza avere problemi. Io, per esempio, non posso nemmeno guardarlo da lontano perché so già che mi riempirei di puntini se provassi a usarlo anche solo una volta. In questo caso, dunque, è consigliabile eseguire un patch test e procedere con cautela, oppure evitarlo del tutto e utilizzare un olio meno problematico (es: Jojoba, Rosehip…)

Quindi, per riassumere: solo le sostanze con valutazione di comedogenicità positiva (4-5) e negativa (0-1) molto chiare sono utilizzabili e anche in questi casi si possono applicare solo in alcune situazioni! Questo sistema di rating serve a dare un’indicazione di massima, ma non va considerato come una regola ferrea da seguire sempre.

Come NON utilizzare le liste di ingredienti comedogeni

  • Non utilizzare i rating in una caccia alle streghe tra i prodotti di cosmesi, con lo scopo di cercare e buttare tutti quelli che contengono ingredienti potenzialmente comedogeni
  • Non evitare di comprare un prodotto che ti sembra valido solo perché contiene un ingrediente comedogeno
  • Nella lista degli ingredienti, non cercare quelli comedogeni oltre la 5° posizione dell’elenco (e già così siamo avanti), perché oltre questo punto tutti i componenti sono estremamente diluiti
  • Non utilizzare le liste di ingredienti comedogeni che trovi online al posto del patch test di un prodotto che non hai mai utilizzato. Se sei in dubbio (e in generale) provalo sempre su una piccola zona di pelle!

Per oggi è tutto! Spero che queste informazioni siano utili per approcciare con più dati scientifici il tema del “non comedogeno”, qui sotto oltre alle fonti indicherò un paio di articoli, in inglese, interessanti sul tema per chi volesse approfondire.

Alla prossima…Have fun!

References: 

Altre letture: 

Precedenti Post:

Un pensiero su “Ingredienti comedogeni e acne: cosa sono, perché non è una classificazione affidabile e come usarla correttamente

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